Rischio estinzione per il 21 % delle piante del Mondo

Rischio estinzione per il 21 % delle piante del Mondo

Nonostante ad ogni dato inquietante sullo stato dell’ambiente e sui dati del riscaldamento globale le grandi potenze economiche ed i mass media si affrettino a recitare la solita solfa: “che non ci sono prove a favore di queste teorie” è oramai sempre più evidente come, soprattutto l’opinione pubblica e la Politica debbano iniziare ad occuparsi di affrontare il problema in maniera radicale. La parola d’ordine deve essere: “Rivedere globalmente il Modello Economico”. Senza una seria dialettica su tale questione ci troveremo tra pochi anni in un vicolo cieco senza via d’uscita ed allora ogni tentativo di “ripristino” diventerà praticamente inutile ed inefficace. A dare una ulteriore sentenza sullo stato del nostro Pianeta ci ha pensato, qualche tempo fa: il Royal Botanic Gardens Kew, il quale ha pubblicato il primo rapporto “State of the World’s Plants” che fornisce una valutazione della base delle attuali conoscenze sulla biodiversità delle piante sulla Terra, sulle minacce globali che devono affrontare le piante, sulle politiche in atto e sulla loro efficacia nel gestire le minacce. La redazione di questo rapporto ha richiesto un anno di tempo e ha coinvolto più di 80 scienziati.

 

Lo stato di salute delle nostre specie vegetali, stilato dal Royal Botanic Gardens si basa sulle più aggiornate conoscenze provenienti da tutto il mondo e si occupa dei seguenti argomenti:
• Denominazione e numero delle piante di tutto il mondo;
• Nuove specie vegetali scoperte nel 2015 che sono esattamente 2.034;
• Relazioni evolutive d e genomi delle piante;
• Piante utili;
• Aree importanti per le piante;
• Stato di conoscenza delle piante di alcune aree del nostro pianeta;
• Cambiamento climatico;
• Cambiamento dell’uso della copertura globale del suolo;
• Specie invasive;
• Malattie delle piante e stato della ricerca;
• Rischio di estinzione e minacce per le piante;
• Prevenzione del commercio illegale;
• Il Protocollo di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche e alla ripartizione dei benefici.
Secondo questo rapporto si sottolinea che il 21% delle piante del pianeta sono a rischio di estinzione a causa di minacce che comprendono i cambiamenti climatici, la perdita di habitat, le malattie e le specie invasive.
I ricercatori, durante questo studio, hanno calcolato il numero totale delle specie di piante conosciute utilizzando varie fonti e banche dati esistenti, scoprendo che molte piante hanno nomi diversi pur essendo la stessa specie. Rivedendo comunque questi dati, ed escludendo alghe, muschi, epatiche e antocerote, che sono arrivati al numero di 390.900 piante, di cui circa 369.400 sono piante con fiori.
Al di la del fatto che molte specie non si conoscono e non sono state classificate la scoperta più clamorosa degli ultimi tempi è quella della Gilbertiodendron massima, un albero che raggiunge i 45 metri di altezza scoperto nelle foreste del Gabon. Nel 2015 sono state scoperte anche 90 nuove specie di Begonia, 5 nuove specie di cipolla e, grazia a una foto pubblicata su Facebook la Drosera magnifica, una pianta carnivora tentacolare che “mangia” insetti e vive in Brasile.
Delle piante nuove che potremmo scoprire nei prossimi tempi alcune potrebbero essere già scomparse prima che vengano classificate: i ricercatori avvertono che «I cambiamenti di habitat, compresa la perdita di mangrovie e foreste, stanno avendo un grande impatto su molte specie. Parassiti e malattie sono stati etichettati come un grave problema, con la maggior parte delle ricerche che si sono concentrate sulle colture commerciali piuttosto che sugli agenti patogeni che attaccano le specie selvatiche».
Tale fenomeno è oramai ampliamente documentabile con l’invasione di “modelli produttivi lontani dalla Natura” che stanno contribuendo ad un cambio delle proporzioni tra esseri viventi ed ai loro equilibri ed alle loro dinamiche. Non ultimi ovviamente pesticidi, diserbanti e chimica devastante.
Un altro fattore che preoccupa non poco gli scienziati è legato agli “spostamenti” delle specie vegetali in tutto il mondo. Nel loro rapporto riferiscono che «Le specie invasive sono davvero una delle maggiori sfide per la biodiversità autoctona. Si tratta veramente di un driver della perdita di specie». E il rapporto conferma che con i danni che provocano all’ambiente e la difficoltà e i costi per la loro eradicazione, il costo globale delle 4.979 specie invasive registrate in tutto il mondo è stimato in circa il 5% dell’economia mondiale.
Ancora una volta la Politica Economica e la Finanza continuano a definire gli indici economici con PIL ed altri più complessi alla maggior parte della popolazione gettando nella confusione l’opinione pubblica che, di fatto, subisce una violenza informativa senza precedenti.
Il rapporto ha anche scoperto che il 10% delle aree della superficie terrestre ricoperte da vegetazione sono molto sensibili ai cambiamenti climatici, anche se in alcune aree l’aumento di anidride carbonica atmosferica fa bene ad alcune piante, per cui si ha, ad es. l’inverdimento della regione artica; anche alcune zone della savana hanno una maggior copertura arborea e alcuni alberi sono sempre più grandi. Tuttavia, stiamo assistendo anche a grandi cambiamenti in termini di modelli di distribuzione e fioritura delle piante e anche all’impatto indiretto del cambiamento climatico. Per esempio, modifiche quantitative e qualitative per gli impollinatori (e qui i pesticidi e la chimica stanno rivestendo un ruolo a dir poco devastante), il che potrebbe avere un effetto davvero preoccupante sulle piante»
Tali dati e le considerazioni relative non possono dare più alcun alibi a coloro che si occupano di politica ma devono rappresentare per tutti un monito, ogni nostra azione, se non consapevole, come le gocce di un oceano, determineranno sempre più il destino del nostro pianeta e quindi della nostra civiltà.
Qual è la conclusione a tutto ciò:
• Che la prima azione politica di cui si devono occupare gli stati è l’educazione verso un modello sostenibile ed ecocompatibile della vita, il che non equivale affatto ad introdurre nuova “tecnologia sostenibile” ma nuove pratiche sociali sincrone alle regole della natura.
Da qui inizia la storia nuova ed il tutto deve essere incentivato attraverso politiche di sostegno alla famiglia (primo imprescindibile nucleo sociale) ed alla scuola.
Guarda caso queste due istituzioni, soprattutto nel nostro Paese, sono quelle su cui meno si investe (e non tanto e solo in termini economici).

Guido Bissanti




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