Rubus ulmifolius

Rubus ulmifolius

Il rovo (Rubus ulmifolius Schott, 1818) è una pianta spinosa appartenente alla famiglia delle Rosaceae.
Per le sue caratteristiche molto variabili la pianta ha dato luogo a difficoltà e incertezze nella classificazione. Per questo motivo esistono vari sinonimi che citiamo: Rubus amoenus Port., non Köhler, Rubus discolor Weihe et Nees’ Rubus fruticosus L. aggr., Rubus legionensis Gand. E Rubus rusticanus Mercier.

Sistematica –
Il Rubus ulmifolius appartiene al Dominio Eukaryota, al Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Ordine Rosales, Famiglia Rosaceae, Sottofamiglia Rosoideae e quindi al Genere Rubus ed alla Specie R. ulmifolius.

Etimologia –
Il nome scientifico di questa specie è composto dal nome di genere Rubus e da quello di specie ulmifolius. Il termine Rubus proviene dal latino ruber: rosso che potrebbe far riferimento al colore dei frutti maturi di altre specie dello stesso genere, come il lampone, o direttamente alla forma immatura del frutto di questa specie stessa.
Il termine specifico Ulmifolius proviene sempre dal latino ulmus, olmo e folia, foglia e questo deriva dalla similitudine con le foglie dell’albero Ulmus minor.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
L’areale del rovo comprende quasi tutta l’Europa, il Nordafrica ed il sud dell’Asia. Il Rubus ulmifolius è stato introdotto anche in America e Oceania.
Dove cresce il rovo indica la presenza di terreni profondi e leggermente umidi. La riproduzione è sessuale attraverso i semi contenuti nelle drupe, ma anche vegetativa attraverso l’interramento di rami che danno origine ad una pianta nuova.
Il rovo è considerato una infestante in quanto tende a diffondere rapidamente e si eradica con difficoltà. Né il taglio né l’incendio risultano efficaci. Anche l’uso degli erbicidi ha dato scarsi risultati. Poiché è una pianta eliofila, tollera poco l’ombra degli altri alberi, pertanto si riscontra ai margini dei boschi e lungo i sentieri, nelle siepi e nelle macchie.
Spesso nei boschi i rovi formano delle vere barriere intransitabili. Specialmente in associazione con la vitalba, essi possono creare dei grovigli inestricabili spesso a danno della vegetazione arborea che viene in pratica aggredita e soffocata. Tali situazioni sono però quasi sempre l’espressione di un degrado boschivo.

Descrizione –
Il Rubus ulmifolius si presenta come pianta arbustiva perenne, sarmentosa con fusti aerei a sezione pentagonale lunghi fino a 6 metri ed anche più, provvisti di spine arcuate.
Il rovo è una pianta semicaducifoglia in quanto molte foglie permangono anche durante l’inverno.
Le foglie sono imparipennate, variabilmente costituite da 3-5 foglioline a margine seghettato di colore verde scuro, ellittiche o obovate e bruscamente acuminate, pagina superiore glabra e pagina inferiore tomentosa con peli bianchi.
I fiori hanno un colore tra il bianco ed il rosa e sono composti da cinque petali e cinque sepali. Sono raggruppati in racemi a formare infiorescenze di forma oblunga o piramidale. Il colore dei petali varia da esemplare a esemplare con dimensioni comprese tra i 10 e 15 mm. La fioritura compare al principio dell’estate.
Il frutto commestibile è composto da numerose piccole drupe, verdi al principio, poi rosse e infine nerastre a maturità (mora), derivanti ognuna da carpelli separati ma facenti parte di uno stesso gineceo. In Italia i frutti maturano da agosto a settembre; il gusto è variabile da dolce ad acidulo.
La moltiplicazione della pianta avviene per propaggine apicale o talea.

Coltivazione –
Le more (Rubus ulmifolius) si possono trovare ovunque nelle nostre campagne, e per i suoi frutti e le sue foglie (con le loro proprietà) è un regalo che la natura ci fa ogni anno tra agosto e settembre. Tutti almeno una volta, passeggiando tra i campi, abbiamo allungato una mano per raccoglierne una e metterla direttamente in bocca.
La domanda che ci si può fare è: perché coltivare le more da giardino? Perché si possono avere a portata di mano more senza spine, più grosse e succose, molto adatte alla preparazione di marmellate, torte, crostate e macedonie.
Perché sono piante poco esigenti, che si adattano a qualsiasi tipo di terreno e sono più rustiche dei “fratelli” lamponi. E poi sono ricche di sostanze minerali tra cui: vitamina A e antiossidanti.
Le more sono piante robuste e senza troppe pretese, possono vivere in quasi tutti i terreni, ma quelli che prediligono sono quelli che assomigliano di più al suolo boschivo, quindi meglio se quando prepareremo il terreno, aggiungeremo del terriccio per acidofile e un po’ di concime organico per aiutarne l’attecchimento e lo sviluppo.
Le more, a differenza dei lamponi, necessitano di posizioni più soleggiate. I raggi del sole conferiscono ai frutti neri e lucidi più zuccheri e sostanze preziose, in pratica con il sole avremo more più saporite.
Il periodo migliore per mettere le giovani piante di more nell’orto o nel frutteto, sono i mesi primaverili, da fine marzo in poi, senza sforare nei mesi troppo caldi altrimenti dovremo annaffiarli continuamente e le piante faticherebbero ad attecchire. Se abitiamo nelle regioni centro-meridionali il periodo d’impianto migliore è invece novembre, perché in quelle zone non esiste il pericolo delle gelate anticipate, che potrebbero essere letali per le nostre giovani piante di more.
Quando metteremo le piantine a dimora, ricordiamo che il pane con la radice va posizionato ad una profondità leggermente maggiore di quella del colletto. Una volta trapiantati è meglio potare i giovani arbusti ad un’altezza di circa 30 cm dal terreno. Lasciamo circa un metro tra una pianta e l’altra, ma a seconda della varietà potrebbe essere necessario anche una distanza maggiore. Se ne facciamo due file meglio lasciare 2,5 m tra una fila e l’altra.
L’impianto più bello è quello a spalliera: piantiamo a circa 3-4 m distanza pali alti 2 m che, opportunamente ancorati alle due estremità della fila, sosterranno tre fili (a 50 – 130 – 180 cm dal suolo) a cui verranno legati verticalmente i polloni, oppure orizzontalmente, facendoli correre lungo i fili.
A seconda della varietà andranno lasciati crescere circa 3-5 polloni per pianta adeguatamente legati ai pali di sostegno (alti circa 2m), mentre i getti più deboli andranno invece eliminati.
Quindi in tardo autunno, a raccolta avvenuta, taglieremo alla base tutti i tralci che hanno già fruttificato e selezioneremo i getti più robusti da legare naturalmente ai sostegni, cimandoli ad un’altezza di circa 180 cm, mentre i getti laterali, se ci sono, verranno accorciati a tre gemme. In questo modo avremo dei rovi sempre puliti e ben organizzati. Ma sappiate che se non faremo le potature necessarie ci ritroveremo presto con un garbuglio di rami.
Meglio impiantare le more in terreni dove non siano state coltivate in precedenza fragole, lamponi o solanacee, per evitare il propagarsi di malattie fungine. Per questo motivo potrebbe essere utile in primavera irrorare le piante con decotto di equiseto e ortica. Il miglior consiglio per avere rovi sani e robusti è la pacciamatura, da eseguire sempre e comunque e magari cambiare ogni due anni.

Usi e Tradizioni –
Questa pianta veniva utilizzata dalla medicina popolare per le sue delicate proprietà astringenti intestinali, coadiuvante nel trattamento delle emorroidi e delle ragadi anali, per frenare diarree, normalizzare le infiammazioni dell’ intestino.
Per uso esterno era utilizzata in sciacqui e gargarismi, per le gengive molli e sanguinanti, per le irritazioni e il mal di gola, sono in oltre utili in lavande vaginali in caso di perdite bianche e per detergere le stesse zone e quelle intorno agli occhi in caso di prurito e arrossamento.
Le foglie venivano usate con il decotto come astringente intestinale.
In erboristeria e omeopatia viene utilizzato come rimedio naturale nel trattamento delle infiammazioni del cavo orofaringeo, per trattare le emorroidi,contro la diarrea.
La direttiva del Ministero della Salute (del dicembre 2010), consente di inserire negli integratori alimentari le sostanze e gli estratti vegetali di questa pianta, in particolare cita folium, fructus e sùrculi (giovani getti).
Le foglie si utilizzano per lo più perché danno maggiore regolarità del transito intestinale e benessere della gola. I frutti per l’azione di sostegno e ricostituente.
Come è noto la pianta è utilizzata per delimitare proprietà e poderi con funzione principale difensiva. Altre funzioni delle siepi a rovo sono nella fornitura di nettare per la produzione del miele (soprattutto in Spagna), nella associazione di specie antagoniste di parassiti delle colture (ad esempio le viticole), nella formazione di corridoi ecologici per specie animali.
Il frutto, annoverato tra i cosiddetti frutti di bosco, ha discrete proprietà nutrizionali con marcata presenza di vitamine C e A. Cento grammi di more fresche contengono infatti 52 kcal, 0,7 gr di proteine, 0,4 gr di lipidi, 12,8 gr di glucidi, 32 mg di calcio, 0,6 mg di ferro, 6.5 er (equivalente in retinolo) di vitamina A, 21 mg di vitamina C. Presenta indicazioni in erboristeria per le sue proprietà astringenti e lassative.
Le more presentano un contenuto nutrizionale significativo in termini di fibra alimentare, vitamina C, vitamina K, acido folico – una vitamina B, e il minerale essenziale manganese (tabella).
Le more rappresentano una eccezione tra le altre bacche (di fatto delle drupe) della specie Rubus per via dei semi grandi e numerosi, non sempre apprezzati dai consumatori. Essi contengono grandi quantità di acidi grassi omega-3 (acido alfalinolenico) e omega-6 (acido linoleico), proteine, fibra alimentare, carotenoidi, ellagitannini e acido ellagico.
Dalla parte aerea di Rubus ulmifolius sono stati isolati 3 nuovi antroni: rubantrone A, B e C. Il rubantrone A ha mostrato di possedere attività antimicrobica verso Staphylococcus aureus.
Il frutto del Rubus ulmifolius (la mora) non si presta a lunghe conservazioni. È commercializzato per scopi alimentari al naturale e come guarnizione di dolci, yogurt e gelati, oppure nella confezione di marmellate, gelatine, sciroppi, vino e acquavite (ratafià).
Nell’uso popolare, i giovani germogli, raccolti in primavera, sono ottimi lessati brevemente e consumati con olio, sale e limone al pari di molte altre erbe selvatiche primaverili.
I germogli primaverili, colti quando il sole è alto, lavati e lasciati a macerare in una brocca di acqua fredda tutta la notte, danno una deliziosa e aromatica acqua depurativa, tradizionalmente usata per favorire le funzioni intestinali e depurare l’organismo dalle tossine accumulate durante l’inverno.
La bontà dei suoi frutti era nota fin dall’antichità. Virgilio così ne scrive: “è tempo di intessere canestri leggeri con virgulti di rovo”. Esopo, nelle sue favole non dimentica il rovo. In quella de “la volpe e il rovo” si racconta di una volpe che, nel saltare una siepe, scivolò e, stando per cadere, s’aggrappò, come sostegno, a un rovo. “Ahimè!”, gli disse dolorante, quand’ebbe anche le zampe insanguinate dalle sue spine, io mi rivolgevo a te per avere un aiuto, e tu mi hai conciato ben peggio”. “L’errore è tuo, mia cara”, le rispose il rovo, “hai voluto aggrapparti proprio a me che, d’abitudine, son quello che si aggrappa a tutto”. La morale, come nelle altre favole di Fedro mette in evidenza la stoltezza degli uomini, che spesso ricorrono per aiuto a chi, d’istinto, è piuttosto portato a far del male. Secondo un’altra leggenda popolare, le more non andrebbero più colte dopo il 29 di settembre, giorno di San Michele. In quel giorno, infatti il demonio (Satana), dopo la cacciata dai cieli, nel suo girovagare notturno precipitò in un boschetto di rovi, ferendosi e pungendosi. Da allora ogni anno, in tale giorno, il maledetto esce dall’inferno, e torna sulla terra per scagliare la sua maledizione contro il pungente cespuglio, sputandoci sopra e facendo seccare i suoi frutti, rendendoli immangiabili. In realtà i frutti del rovo, dopo quel periodo, diventano asciutti naturalmente, più insipidi e inutilizzabili. Se volete quindi andare a raccogliere more, fatelo per tempo, perché non c’è gita che diverta di più, che renda più allegri e felici. Il rovo nella mitologia era una pianta sacra a Saturno e da sempre amata dai poeti, che la ritenevano degna di adornare il regno dei cieli. E’, invece, poco considerato dai fiorai, perché nel linguaggio dei fiori al rovo è simbolo dell’invidia, uno dei peccati capitali. I contadini non lo amano perché è infestante, e dicono: “Concedetegli uno spazio e vi arriverà fino in camera”.

 Modalità di Preparazione –
Con le more si possono preparare degli ottimi sciroppi.
Per fare questo bisogna lavare le more sotto il getto dell’acqua corrente; fatele sgocciolare ben bene dell’acqua in eccesso. Disponete le more su un vassoio e tamponatele con carta assorbente da cucina.
Ora prendete una pentola di acciaio, trasferitevi le more, aggiungete la scorza di limone, accendete il fuoco e, fate cuocere a fiamma bassa per 30 minuti, mescolando con un cucchiaio di legno.
Trascorso il tempo indicato, togliete la pentola dal fuoco e lasciate raffreddare. Setacciate le more, e poi filtrate il succo con un canovaccio di lino o con la garza di cotone.
Misurate il succo di more, aggiungete lo zucchero (700 grammi di zucchero per litro di liquido ottenuto), scorza di 1 limone (chiaramente non trattato) e mescolate.
Rimettete sul fuoco e fatelo bollire fino a quando non diventa limpido.
Versate il succo di more ancora caldo in una bottiglia con tappo ermetico, fatelo sterilizzare per 20 minuti in acqua bollente, lasciatelo raffreddare nell’acqua stessa e, una volta raffreddato, conservate lo sciroppo di more in un luogo fresco o in frigo e al riparo della luce.
Lo sciroppo di more è ottimo per insaporire gelati, granite, macedonie, mousse e torte alla frutta. Il succo di more diluito con acqua gasata è ottimo per la preparazione di bevande dissetanti, per la cura dei capillari fragili e per dare un colore più intenso al liquore di more d’Ischia.
I frutti del Rovo, ricchi di zuccheri e vitamine, sono inoltre un ottimo alimento dietetico e vengono inoltre utilizzati come correttivi del sapore nell’industria dei farmaci e come coloranti per alimenti e preparati medicinali.
Vediamo alcune preparazioni per uso interno.
I frutti freschi vengono utilizzati come astringente e regolatore intestinale. A tale scopo si può utilizzare lo sciroppo prima descritto.
Anche le foglie possono essere utilizzate come astringente intestinale.
Con le foglie del Rubus ulmifolius si può preparare un decotto :
Mettete una manciata di foglie di rovo essiccate e sminuzzate in 1 litro d’acqua e fate bollire per circa 10 minuti. Aggiungete del miele e filtrate. Se ne possono bere due – tre tazze al giorno.
Per uso esterno si possono utilizzare le foglie nelle infiammazioni della pelle, delle gengive, delle emorroidi e delle mucose intime.
Per la preparazione del decotto si procede come segue: 5 grammi in 100 ml di acqua. Fare sciacqui, gargarismi, lavaggi, irrigazioni, applicare compresse imbevute sulle zone interessate.
Non mancano ovviamente le preparazioni e gli utilizzi in cucina. Con le foglie di rovo si prepara un gradevole tè. Come eduli, oltre ai frutti (conosciutissimi, coi quali si confezionano ottime conserve e succhi profumati) vengono raccolte le radici più grosse e turgide che, dopo lunga ebollizione, vengono rese morbide e ridotte in poltiglia da mangiare con un buon condimento aromatizzato. Si usa spesso unire questa radice a quella del lampone, il cui gusto affine migliora di molto questo alimento.
Il tempo più idoneo per la raccolta e la conservazione è il seguente: le foglie si raccolgono in primavera – estate, quando sono completamente sviluppate; i frutti si raccolgono in luglio – agosto, a completa maturazione.
I frutti e i germogli si usano freschi, le foglie si essiccano all’ombra in sottili strati e le radici si essiccano in forno o al sole.

Guido Bissanti

pubblicato il 03/05/2017

Fonti
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.




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