Agrimonia eupatoria

Agrimonia eupatoria

L’Agrimonia eupatoria L. è una pianta erbacea perenne con un piccolo rizoma da cui nasce un fusto eretto privo di foglie alto fino a 80 cm.

Sistematica –
Secondo la Classificazione Cronquist appartiene al Dominio Eukaryota, al Regno Plantae, al Sottoregno Tracheobionta, alla Superdivisione Spermatophyta, alla Divisione Magnoliophyta, alla Classe Magnoliopsida, Sottoclasse Rosidae, Superordine Rosanae, all’Ordine Rosales, Famiglia Rosaceae, Sottofamiglia Rosoideae, Tribù Sanguisorbeae, Sottotribù Agrimoniinae, Genere Agrimonia.

Etimologia –
Il nome del genere pare derivi dal greco “árgemon”= “leucoma dell’occhio”, nome di una specie di papavero usato nell’antichità contro un mal d’occhi detto “arghema”, questo a indicare le proprietà che si attribuivano alla pianta nella cura delle affezioni oculari; “eupatoria” invece, viene dall’antico appellativo “eupator”, cioè di nobile nascita, dato a Mitriade re del Ponto (123÷63 a.C.) uomo di grande cultura scientifica, che per primo seppe riconoscerne le virtù. Alcuni sostengono che il nome specifico della pianta, possa anche derivare da “hepatoria”, in quanto la pianta sarebbe attiva sul fegato.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
È diffusa in buona parte del territorio europeo, nel sud-est asiatico e nel Nord America, fino al Messico. In Italia si può trovare sia in zone montane, ai margini di boschi e pascoli, sia in zone con clima mediterraneo, in particolare in zone aperte, secche e soleggiate.
È specie molto diffusa nelle aree a macchia mediterranea, nei pascoli ed al margine dei boschi, in luoghi aperti e soleggiati.

Descrizione –
Le foglie, biancastre nella parte inferiore e verde in quella superiore hanno margine seghettato e hanno alla base due foglioline di forma diversa (stipole) che avvolgono il fusto.
L’infiorescenza è composta da molti piccoli fiori gialli, aventi ognuno un calice di cinque pezzi attaccati ad un tubo che ha all’apice una corolla con cinque petali gialli.
Il frutto è composto da due acheni racchiusi nel tubo del calice. Grazie alla presenza di uncini, si attacca al pelo degli animali che vi passano vicino, favorendone la disseminazione anche in zone lontane.

Coltivazione –
L’Agrimonia è una pianta abbastanza diffusa in tutta Italia, specialmente nei luoghi aperti secchi e soleggiati, si trova nei boschi e pascoli sia nelle vicinanze del mare sia in collina o montagna.
Si può ritrovare in Europa, Africa settentrionale, meridionale e in Asia settentrionale.
Fiorisce in primavera sino all’autunno.
Le foglie devono esser raccolte prima o alla fioritura se interessa la parte aerea; se si decide di usare il prodotto essiccato questo deve esser fatto all’ombra o in locali asciutti o al calore (temperatura non superiore ai 40°), la pianta essiccata emana un gradevole odore d’albicocca.
È comunque possibile coltivarla nei terreni, anche siccitosi, per seme, avendo cura di farla crescere negli stessi habitat dove è spontanea.

Usi e Tradizioni –
È conosciuta per le sue proprietà medicinali già ai tempi di Plinio il vecchio, utilizzata per le affezioni al fegato.
I vari componenti che si trovano in questa pianta le conferiscono proprietà antinfiammatoria, astringente, cicatrizzante, diuretica, emostatica, analgesica.
L’Agrimonia è una pianta le cui usanze e prime testimonianze risalgono all’uomo preistorico, viste le notevoli caratteristiche, le più grandi civiltà che hanno scritto la nostra storia l’hanno utilizzata sia a scopo curativo sia alimentare, non sono mancati i Re o i medici che l’hanno utilizzata per riti magici sia come veleno sia per lenire le ferite di guerra.
Gli scritti ci permettono oggi di sapere che tra i tanti estimatori di questa pianta c’era Mitriade Eupatore re del Ponto (I-II sec.) a.c., il greco Dioscoride, Santa Ildegarda (sec. X) che la usava come rimedio contro febbre e amnesia o altre malattie mentali.
L’Agrimonia sembra esser stata usata sin dall’antichità, perché sono stati trovati grandi quantità di frutti in stazioni neolitiche, facendoci intuire già che in epoche preistoriche l’uomo riconobbe in questa pianta grandi qualità curative e alimentari.
I medici egizi ne usavano il succo, filtrato, per curare gli occhi contro l’eccessiva lacrimazione tant’è che in alcuni papiri è chiamata Lagrimonia, pianta che non fa lacrimare.
Le proprietà oftalmiche della pianta sono anche riportate in vari erbari.
Il botanico olandese Boerhaave del XVIII secolo, la prescriveva in gargarismi contro bronchiti e angine.
Nella tradizionale medicina popolare contadina fra la quale alcune credenze sono di origine Siciliana, riportavano l’utilizzo della pianta per i disturbi epatobiliari e per le affezioni della gola e della bocca.
Gli impacchi di foglie fresche erano usati per alleviare contusioni e distorsioni.
Dalla pianta intera raccolta durante la fioritura, si riusciva a estrarre una tintura di colore giallo oro, usata per la colorazione della lana è anche un ottimo rimedio nei confronti del veleno dei serpenti.
Un tempo i fiori dell’agrimonia venivano usati altresì per tingere i capelli di giallo vivo.
In particolare le sommità fiorite sono usate contro l’insufficienza epatica. È poi utilizzata come stimolante del flusso biliare e nelle enteriti catarrali, oltre che come depurativo generale e decongestionante. La si può impiegare, per uso esterno, contro congiuntivite, infiammazioni del cavo orale e nasale e soprattutto contro moltissime malattie della pelle, grazie alla presenza di una sostanza, l’acido ursolico, che ha un’attività paragonabile al cortisone.
È un’erba amara, ricca di tannino, di resine e soprattutto di acido salicilico, leggermente astringente, tonica, diuretica, antinfiammatoria, antiemorragica; come detto migliora le funzioni epatiche e della bile.
Per uso interno, da sempre, utilizzata contro le affezioni renali coliti dispepsia, allergie alimentari diarrea, calcoli biliari, cistite e reumatismi.
Per uso esterno è utile per contrastare eruzioni cutanee, piccole lesioni, contro le infiammazioni del cavo orale, congiuntivite e emorroidi.
Nell’Europa del nord l’infuso, che ha un sapore gradevole, viene usato come un comune tè stimolante.
I principi attivi sono contenuti nelle sommità fiorite e nelle foglie. Le foglie ed i fiori si raccolgono in giugno/luglio.
Si può usare come decotto per via orale, come antidiarroico e come collutorio nelle infiammazioni della bocca; infuso come depurativo dell’organismo, come spasmolitico nelle coliche gastrointestinali, come ipoglicemizzante. Unito a fusti di equiseto e pianta intera di centinodia in caso di ematuria e infiammazioni renali. Si usa come infuso per uso esterno, in sciacqui contro il mal di gola e in impacchi su distorsioni e contusioni. Infine come oleolito applicato localmente contro il Fuoco di Sant’Antonio (Herpes zoster).

Modalità di preparazione –
Infiammazione della gola: far bollire 40 gr. di foglie in 500 ml. di acqua e praticare gargarismi.
Catarro intestinale: preparare infuso con 2 gr. di fiori in 100 í ml. di acqua. Consumare 2-3 tazze al giorno. Lombaggine: far bollire 30 gr. di fiori in 1 litro di acqua e col decotto fare bagni caldi e fasciare con lana.
Contusioni ed acne: Raccogliere un congruo quantitativo di foglie fresche, tritarle, ridurle in poltiglia ed applicare nelle parti interessate a mezzo di impacchi.

Guido Bissanti

pubblicato il 15/03/2017

Fonti
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore.
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.




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